sabato 12 agosto 2017

Brasile
Ad Aparecida il cardinale Amato parla della pietà popolare in America latina. Quando i poveri cantano il Magnificat
L'Osservatore Romano
Con le parole di quell’inno alla libertà che è il Magnificat, «in America latina la pietà mariana si può trasformare legittimamente in grido di liberazione per superare le strutture di divisione e di peccato esistenti a vari livelli». Perché «la spaccatura tra ricchi e poveri, la situazione di intimidazione in cui vivono i più deboli, le ingiustizie, le omissioni, e le sottomissioni umilianti che essi soffrono contraddicono radicalmente i valori della dignità personale e della solidarietà fraterna» che «il popolo latinoamericano porta nel cuore come imperativi ricevuti dal Vangelo». Ha dato voce alla più autentica «religiosità latinoamericana, capace di trasformarsi in un grido per la vera liberazione» contro le ingiustizie, il cardinale Angelo Amato intervenendo all’undicesimo congresso mariologico svoltosi in questi giorni nel santuario brasiliano di Aparecida.«Di fronte all’odierno dilagare della povertà — ha detto il prefetto della Congregazione delle cause dei santi chiudendo i lavori sabato 12 agosto — è l’ora propizia per una nuova fantasia della carità che, oltre al soccorso, abbia la capacità della vicinanza, dell’accoglienza, della solidarietà con chi soffre, in modo che il gesto di aiuto sia percepito non come obolo umiliante, ma come fraterna condivisione».
Rilanciando «la rilevanza teologica e pastorale della povertà per una rinnovata evangelizzazione della società contemporanea», il cardinale ha anzitutto fatto presente come «in tutti i continenti la comunità ecclesiale è chiamata a considerare e a vivere la povertà come la struttura portante del messaggio evangelico oggi». Facendo poi notare che «il rapporto Chiesa-povertà non si fonda su ragioni socio-economiche o politiche, ma sulla fede in Cristo». Insomma, davvero oggi «la povertà appare come il termometro per giudicare il rinnovamento della Chiesa postconciliare».
«Gesù fin dalla sua infanzia è circondato da persone umili e povere, prima fra tutti Maria, sua madre» ha osservato. Maria, perciò, «appartiene alla schiera dei credenti con un cuore da povero: il Magnificat accoglie le aspirazioni dei poveri ed è un inno alla povertà spirituale». La Madonna «è la povera ideale del regno di Dio», tanto che proprio «nel Magnificat ella esprime la realizzazione del programma della redenzione».
E così, ha spiegato, «il Dio esaltato nel Magnificat è il Dio che rompe le frontiere della razza per estendere i benefici della salvezza all’umanità intera». In concreto «è il Dio che privilegia gli oppressi e gli umiliati e rovescia le situazioni ingiuste create dai potenti». E «anche i luoghi e le circostanze di alcuni avvenimenti fondamentali della redenzione — come Nazaret, Betlemme, il rifugio in una grotta-stalla, la nascita di Gesù in una mangiatoia — fanno esplicito riferimento alla povertà: si tratta di siti privi di gloria». Maria, inoltre, «è una giovane di provincia impegnata con l’artigiano Giuseppe e vive in periferia, a Nazaret, un villaggio lontano da Gerusalemme, dalle sue ricchezze e dalle sue stanze del potere». Ecco che «Dio si manifesta nella promozione dei poveri e nell’abbassamento dei non-poveri, e nel Magnificat agli orgogliosi è riservata l’umiliazione e ai poveri e agli umili la glorificazione».
«La valorizzazione dei poveri, con i quali Cristo si è identificato per partecipare la sua grazia — ha affermato il cardinale Amato — non è l’esaltazione del pauperismo e della miseria, ma il riconoscimento del valore spirituale del non avere, del non potere e del non sapere nel quadro di una religiosità illuminata da Dio». La povertà, «diversamente dall’ideale della ricchezza proposto dai sapienti di questo mondo, è la disponibilità ad accogliere la manifestazione di Dio». Proprio «l’atteggiamento di Maria e degli altri protagonisti dei racconti evangelici è lo specchio che riflette e ingrandisce la fede della Chiesa, chiamata alla sequela di Cristo anche in questo».
Da sempre la Chiesa «mostra l’agape di Dio nella carità verso i bisognosi», tanto che, ha fatto presente il porporato, «la storia documenta, mediante personaggi e gruppi, che la Chiesa è sorgente inesauribile di opere di misericordia corporale e spirituale». Oltre all’elemosina, «ha promosso una cultura della condivisione» di cui «ha sempre più bisogno l’umanità». Parlando in un contesto latinoamericano, il cardinale Amato ha rimarcato come la Chiesa nel continente sia «sotto il segno della Madre di Dio, la “Morenita”, come la Vergine è affettuosamente chiamata dai messicani». È considerata a tutti gli effetti, «Madre dell’America latina e Madre della Chiesa in America latina, autentica stella dell’evangelizzazione».
«A pochi anni dalla scoperta dell’America — — ha fatto presente il porporato — e ad appena dieci dalla conquista dell’impero azteco, infatti, nel 1531 avvenne l’apparizione della Vergine di Guadalupe all’indio Juan Diego, sulla collina di Tepeyac, a nord di Città del Messico». Essa «segna l’inizio vittorioso di un cristianesimo “nuovo”». La sua novità «è essenzialmente teologica: non si doveva trattare, infatti, della semplice continuazione del cristianesimo europeo, ma di un cristianesimo profondamente inserito anche nella cultura e nella vita del popolo indigeno».La Madonna indica così «il principio formale di ogni nuova evangelizzazione cristiana, che dice incarnazione totale della fede nello spazio e nel tempo, nel linguaggio, nei simboli culturali e nella “carne” dei nuovi popoli».
Il porporato ha dunque rilanciato «la dimensione popolare del cristianesimo latinoamericano, in cui Maria viene vista come parte integrante non solo della fede del popolo, ma della sua storia, della sua cultura e della sua stessa anima: l’America latina è cioè un continente radicalmente cristiano e mariano». E «la religiosità popolare mariana appare come un’autentica “saggezza cristiana” e un vero “istinto evangelico”: è vincolo di unione delle moltitudini, realizzando l’universalità concreta dell’annuncio cristiano». Proprio da questa considerazione «deriva che la religiosità del popolo latinoamericano molte volte si trasformi in un grido per una vera liberazione» ha spiegato il cardinale.
È un fatto, del resto, che «il cantico del Magnificat si rivela come la magna charta della libertà dei figli di Dio: in esso viene espressa la gioia per la liberazione operata dal Signore che salva gli oppressi e umilia gli oppressori e i potenti, e che è sempre dalla parte degli umili, dei poveri». In questa prospettiva, ha insistito il porporato, «Maria è la donna profetica, coraggiosa e forte, profondamente impegnata nella liberazione messianica dalle ingiustizie storico-sociali dei poveri». E proprio «mediante il Magnificat, Maria diventa nostra contemporanea: l’autentica spiritualità di quest’inno, infatti, non è intimistica o passiva, contiene invece una carica altamente dinamica e liberatrice».
Maria quindi, ha concluso il cardinale Amato, «è una donna forte e coraggiosa, che invoca la giustizia di Dio sopra gli oppressori dei poveri; è una donna impegnata, che sa prendere le sue decisioni». Come Dio «anche Maria si colloca dalla parte di coloro, la cui dignità deve essere ricuperata e la cui giustizia deve essere realizzata: solo così si anticipa e si storicizza il regno di Dio in questo mondo».

L'Osservatore Romano,12-13 agosto 2017