sabato 12 agosto 2017

L'Osservatore Romano
(Marcello Semeraro) Lo scorso 27 giugno è stato il venticinquesimo anniversario di ordinazione episcopale del Papa. Ricorrenze di questo tipo, nella vita delle persone e nelle società, sono di solito ricordate oltre per il valore personale e affettivo, anche per quello simbolico, umano e religioso. Nell’omelia durante la messa concelebrata con i cardinali presenti a Roma, riferendosi al ministero episcopale Francesco indicò tre imperativi ricavati dalla prima lettura liturgica tratta dalla Genesi: alzati, guarda, spera, e li riassunse nella capacità di sognare, soprattutto per trasmettere il sogno alle nuove generazioni, «perché loro prenderanno dai nostri sogni la forza per profetizzare e portare avanti il loro compito».
Nella tradizione biblica i sogni hanno una grande importanza; due personaggi in particolare, Giuseppe che li interpreta in Egitto nella Genesi e Giuseppe lo sposo di Maria in Matteo, sono dormienti che sognano, in totale ricezione dei progetti di Dio che vuole la salvezza del suo popolo, degli uomini. Questa immagine episcopale, di persone che hanno «sogni positivi per portare avanti la profezia», mi ha richiamato, quasi per opposizione polare, quella della «veglia», a cui il cardinale Bergoglio fece ricorso il 2 ottobre 2001 intervenendo nel corso della decima assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi, che si tenne dal 30 settembre al 27 ottobre 2001 sul tema «Il vescovo servitore del Vangelo di Gesù Cristo per la speranza del mondo».
A quell’assemblea l’arcivescovo di Buenos Aires era giunto come padre sinodale. Ma avvenne l’imprevisto: gli eventi legati alla tragedia delle Torri gemelle l’11 settembre di quell’anno portarono infatti alla scelta di Bergoglio come relatore aggiunto accanto al relatore generale, il cardinale Edward Michael Egan, l’arcivescovo di New York costretto al rientro in diocesi. La decisione di Giovanni Paolo II, della quale in quei giorni il Papa mi aveva reso partecipe come segretario speciale di quell’assemblea, fu resa pubblica il mattino del 4 ottobre. Accadde così che un vescovo, che sarebbe stato scelto nel conclave del 2013 «quasi alla fine del mondo», fu posto per la prima volta sotto lo sguardo di una rappresentanza dell’episcopato mondiale. Ma il 2 ottobre, mentre Bergoglio parlava, questo non era ancora noto. Il suo intervento apparve in sintesi sull’Osservatore Romano del 4 ottobre e ora è pubblicato integralmente negli atti di quell’assemblea, curati da Nikola Eterović nel 2012 per la Lateran University Press. È importante rileggerlo ora, tenendo conto che quel documento non è compreso in alcuna raccolta, neppure in quella delle omelie e discorsi di Buenos Aires uscita l’anno scorso in Italia.
In quell’intervento Bergoglio distingueva come peculiari del vescovo due atteggiamenti spirituali, convergenti ma distinti. Uno pone l’accento sul “sorvegliare” il gregge con uno «sguardo d’insieme»: missione e compito del vescovo, infatti, è curare tutto ciò che mantiene la coesione del gregge. Insieme c’è un secondo atteggiamento spirituale, che pone l’accento sul “vigilare”, ossia sullo stare attenti ai pericoli. Secondo Bergoglio ambedue questi aspetti acquisiscono forza da un altro atteggiamento, da lui giustamente considerato più essenziale e che consiste nel “vegliare”: il «vescovo è colui che “veglia”; cura la speranza “vegliando” per il suo popolo». L’arcivescovo di Buenos Aires illustrava questo fondamentale atteggiamento rifacendosi al testo dell’Esodo (cfr. 12, 42), dove si dice che Yahvè «vegliò» sul suo popolo nella notte di Pasqua, chiamata per questo «notte di veglia». Il cardinale argentino proseguiva ponendo in evidenza la peculiare profondità del “vegliare” rispetto a un “sorvegliare” in modo più generale, oppure a un “vigilare” più puntuale: «“Sorvegliare” fa riferimento più alla cura della dottrina e dei costumi, mentre “vegliare” allude piuttosto al curare che vi sia sole e luce nei cuori. “Vigilare” parla dello stare all’erta dinanzi al pericolo imminente, “vegliare” invece parla di sostenere con pazienza i processi attraverso i quali il Signore porta avanti la salvezza del suo popolo».
In proposito bisogna ricordare anzitutto che il tema della “veglia” quale fondamentale atteggiamento educativo è molto ricorrente negli interventi di Bergoglio. Perché cronologicamente più vicina all’intervento sinodale, richiamerò qui soltanto l’omelia del 28 marzo 2001 con la ripetuta ricorrenza del verbo spagnolo cuidar: un verbo molto usato nella lingua corrente, che indica il prendersi cura di qualcuno con sollecitudine e amore e, perciò, designa anche il “vegliare”. A parte ciò che potrebbe dirsi sull’“aver cura”, i cui risvolti e risonanze sono stati ottimamente illustrati dalla pedagogista Luigina Mortari in alcune recenti pubblicazioni, va notato che per Bergoglio la cura è un atteggiamento orientato alla vita; è un gesto di fiducia verso l’altro carico di rispetto e fecondo di libertà. Perciò nell’omelia l’arcivescovo argentino prospetta l’avvento di «una civiltà della cura reciproca», un’espressione che evoca la «civiltà dell’amore» preconizzata da Paolo VI.
Tra gli interventi di Montini su questo tema (ora raccolti con cura da Leonardo Sapienza in un prezioso volume pubblicato dalla Libreria editrice vaticana nel 2014), c’è un testo del 31 dicembre 1975 dove si trovano istanze simili a quelle avanzate dall’arcivescovo Bergoglio e ora da Francesco. «Facciamo immediatamente una domanda a noi stessi: se questo fosse il nostro destino di professarci “medici” di quella civiltà che andiamo sognando, la civiltà dell’amore? Il nostro primo dovere è appunto questo: di dedicarci alla cura, al conforto, all’assistenza, anche con sacrificio nostro, se occorre, per il bene di quell’umanità, che vorremmo vedere civile e felice; e se così, non sarebbe bene orientato il nostro programma?» diceva Paolo VI, e ancora: «Sogniamo noi forse quando parliamo di civiltà dell’amore? No, non sogniamo. Gli ideali, se autentici, se umani, non sono sogni: sono doveri. Per noi cristiani, specialmente. Anzi tanto più essi si fanno urgenti e affascinanti, quanto più rumori di temporali turbano gli orizzonti della nostra storia. E sono energie, sono speranze». In queste parole di Montini, che il suo attuale successore ha proclamato beato, si trovano dunque raccolti i temi del farsi carico dell’altro e del prendersene cura, del sogno e della veglia.
Tornando a considerare l’intervento sinodale di Bergoglio, vi è in esso anche l’accenno a qualcosa che il Papa ritiene davvero importante e cioè l’avviare processi. Lo si legge espressamente in Evangelii gaudium (n.223): «Dare priorità al tempo significa occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi. Il tempo ordina gli spazi, li illumina e li trasforma in anelli di una catena in costante crescita, senza retromarce. Si tratta di privilegiare le azioni che generano nuovi dinamismi nella società e coinvolgono altre persone e gruppi che le porteranno avanti, finché fruttifichino in importanti avvenimenti storici. Senza ansietà, però con convinzioni chiare e tenaci».
Proseguendo nel segnalare il criterio di pastoralità di un vescovo, al Sinodo del 2001 Bergoglio affermava pure che «per “vigilare” occorre avere in più la mansuetudine, la pazienza e la costanza della carità comprovata. “Sorvegliare” e “vigilare” ci parlano di un certo controllo necessario. Invece “vegliare” ci parla di speranza, la speranza del Padre misericordioso che veglia sul processo dei cuori dei suoi figli. Il “vegliare” manifesta e consolida la parresìa del vescovo, che manifesta la speranza “senza snaturare la Croce di Cristo”».
Chi legge questo intervento nota facilmente che l’immagine-guida è quella di Dio che veglia sul grande esodo del popolo dell’alleanza. A essa Bergoglio ne unisce un’altra, ormai ben conosciuta se non altro per la riproduzione iconografica che gli è cara: è quella, «più familiare ma ugualmente forte», di san Giuseppe che dorme. Comparando a questa missione quella del vescovo, nell’intervento del 2001 Bergoglio disse: «È lui che veglia fino in sogno sul Bambino e sua Madre. Da questo “vegliare” profondo di Giuseppe nasce quel silenzioso sguardo d’insieme capace di curare il suo piccolo gregge con poveri mezzi; e germoglia anche lo sguardo vigile e astuto che riuscì a evitare tutti i pericoli che minacciavano il Bambino». Sono accenti simili a quelli espressi nell’omelia della messa per l’inizio del ministero di successore dell’apostolo Pietro il 19 marzo 2013, dove sono riassunti nella categoria del “custodire”, anch’essa fondamentale.
L'Osservatore Romano, 12-13 agosto 2017.